mercoledì 24 maggio 2017

Le poesie di Leo Sinzi: "S'invola il fiore"


S'invola il fiore

Oh Dio del ciel, Ti prego, il fiore accogli
che bestia ha calpestato al far del giorno.
In questo tempo d'alberi ancor spogli
s'invola quel bocciolo nel ritorno
al Padre con sei Arcangeli d'intorno.
Il settimo, Michele, sulla terra
con la sua spada un sol fendente sferra.


Versi di Leo Sinzi

Foto di Fabiuss

martedì 23 maggio 2017

Grotta della Madonna dell'Acquasanta


Un venerdì d'aprile dell'A.D. 2014, mattina.

Approfitto dell'encomiabile iniziativa del Comune denominata "Palermo apre le porte - La scuola adotta la città" per tentare di visitare un luogo solitamente poco frequentato e forse sconosciuto ai più. Così mi incammino verso la borgata dell'Acquasanta nella speranza di porre piede all'interno della Grotta sulle cui pareti, a decorrere dal 1022, fu possibile ammirare la sacra immagine della Madonna delle Grazie, della quale narrarono, tra gli altri, il Mongitore ed il Villabianca.
In loco, giovani e gentili ciceroni  dell' I. S. Duca degli Abbruzzi - Libero Grassi, posizionati nei pressi di uno slargo chiuso da muretto e inferriata, mi rendono edotto della storia di quella cavità naturale a pochi metri dal mare, informandomi al contempo del divieto di accesso in quanto proprietà privata.
Apprendo che già all'epoca dell'occupazione araba di Palermo (831-1072) in quella grotta sgorgava acqua  ritenuta miracolosa da coloro che godettero dei suoi benefici effetti, e non solo. Miracoli attribuiti dai fedeli al volere della Vergine lì visibile in icona.
Da quell'acqua-santa, preziosa per i credenti, prese nome la contrada.
Per ringraziare la Santa Madre dei suoi celesti interventi, tra il XIV ed il XV secolo in quelle viscere di roccia venne realizzata una chiesa composta dall'aula, dalla sacrestia e dal battistero con fonte battesimale scavato nel granito. Nei locali rimangono i resti di due dei quattro altari, un tratto di pavimentazione maiolicata e qualche residuo di affresco ai margini inferiori della volta (lato destro) e nell'imbotte di un arco. 
Le terre del Feudo Barca, con la grotta, agli inizi del '400 entrarono nelle disponibilità del Monastero di San Martino delle Scale quale lascito testamentario della pia Luisa Calvello Cesarea. I Benedettini nel 1774 cedettero il luogo sacro ed i terreni contigui al facoltoso aristocratico Mariano Lanterna (lontano parente di quel Bernardo Lanterna eremita e custode della Chiesetta-grotta dell'Acquasanta) che vi realizzò la sua dimora estiva (Villa Lanterna).
Nel 1871 i proprietari vendettero il complesso ai Fratelli Pandolfo, religiosi di grande talento commerciale, che sfruttarono le acque minerali (le cui proprietà terapeutiche, a detta degli esperti, ricordavano quelle delle Terme di Montecatini) realizzando una fabbrica per l'imbottigliamento del prezioso liquido sorgivo ed uno stabilimento per i bagni termali. La struttura vantava avveneristici servizi quali vasche, calde e fredde, e docce.
Oggi quelle acque si perdono nel porticciolo della borgata marinara.


Un sabato di Maggio dell'A.D. 2017.

Torno in quel porticciolo dopo tre anni, in un tiepido mattino primaverile. Il cielo terso illumina il breve tragitto che da Villa Lanterna, attraverso il Cortile "Bagni Minerali" ed un andito che  s'incunea nelle viscere dell'ex Stabilimento Pandolfo, conduce all'ingresso della grotta. La chiesetta - in concomitanza con una mostra di arti visive allestita presso la vicina Villa Lanterna - viene aperta al pubblico per gentile concessione dell'attuale proprietario. Il gruppetto di entusiasti visitatori è guidato dal Dott. Arrigo Amato, fondatore dell'U.C.A.I. (Unione Cattolica Artisti Italiani) che illustra lo storico sito con dovizia di particolari.


La cavità rocciosa si trova al livello del mare, alla base di un residence recentemente ristrutturato. Nei pressi dell'ingresso, una botola vetrata consente di scorgere l'acqua dell'antica sorgente miracolosa che defluisce verso il bacino.




Nella lapide commemorativa posta all'esterno della grotta si legge: "DA PIU' SECOLI IL CULTO DELLA MADONNA DELLE GRAZIE DIPINTA IN QUESTA GROTTA DONDE SI ATTINGONO LE ACQUE BENEFICHE FECE DARE ALLA CONTRADA IL NOME DI ACQUA SANTA CONSERVANDO LA TRADIZIONE E L'USO DI CURARE CON QUESTE ACQUE DIVERSI MALORI E AVERNE GUARIGIONE. PIU' TARDI LA SCIENZA MEDICA SPERIMENTANDONE LA UTILITA' NE HA PRESCRITTO L'USO RAZIONALE PER BAGNI, DOCCIE E BEVANDE. I FRATELLI SACERDOTI PANDOLFO FONDARONO NEL 1871 ATTORNO A QUESTA GROTTA LO STABILIMENTO BALNEARE ADATTO ALLE COMODITA' DELLE CURE. CONSIGLIERE E PROTETTORE DEI FONDATORI SIMONE CORLEO".


Le foto sopra mostrano i due ingressi della grotta.


Uno degli ingressi del luogo di culto visto dalla terrazza di Villa Lanterna. In alto si staglia l'imponente mole dell'ottocentesca Villa Igea, edificio in stile liberty in cui viene esaltato l'estro dell'Arch. Ernesto Basile. In basso è il molo nel quale, un tempo lontano, attraccarono le navi puniche per trovare riparo dalle tempeste, per insediarsi nel territorio circostante e per fare di quell'anfratto un tempio dedicato al dio Baal.


 








L'altare maggiore (settecentesco) è l'unico sopravvissuto dei quattro originari. Tracce di un secondo altare si possono scorgere sotto la nicchia ricavata nella parete alle spalle del simulacro di Santa Rosalia. 


Sopra l'altare maggiore è collocata la pala recante una Madonna con Bambino che, nelle intenzioni dell'artista, rimanda all'mmagine della Madonna delle Grazie venerata dai pescatori del posto già al tempo della dominazione araba. L'opera - donata dal socio fondatore dell'U.C.A.I., Arrigo Amato - è stata realizzata dalla pittrice romana Bernadette Ferrari.

Quanti, nel presbiterio, si ponessero con le spalle addossate all'altare maggiore potrebbero osservare  una originale galleria quadrangolare realizzata al culmine della cupoletta naturale che sovrasta l'altare stesso. Pare servisse all'eremita per assistere in solitudine alle funzioni religiose. 
La foto a destra mostra, invece, uno degli anfratti laterali.



Alla destra dell'ingresso sono una panca in muratura e una piccola acquasantiera probabilmente sfuggita alla furia devastatrice di ladri e vandali che, nei secoli, hanno spogliato la chiesetta di arredi, dipinti, maioliche e quant'altro potesse avere un valore commerciale.

Tracce di decori realizzati a fresco permangono sulla volta (nonostante l'umidità) e nell'imbotte di un arco.


Una lampada portatile illumina il fonte battesimale ricavato nella roccia.


Visitatori percorrono i passaggi verso la sacrestia ed il battistero.


Una nicchia presenta un foro a forma di cuore. Nella foto a destra è visibile la polla d'acqua che, di recente, è tornata a bagnare le maioliche ai margini del presbiterio.


Lo speco principale visto dal presbiterio.



 VILLA LANTERNA
 
Quanti, percorrendo Via Ammiraglio Rizzo, arrivano all'Acquasanta si trovano innanzi le gradevoli linee recaille della dimora estiva che il Barone Lanterna si regalò a partire dal 1774.





La villa - articolata su due livelli - è preceduta da una monumentale scala a rampe contrapposte, corredata di armoniosa balaustra in arenaria.

La Cappella riccamente affrescata.






Tra i dipinti parietali si distinguono l'immagine della Santa Vergine ed il simbolo mariano.

Colonnine decorative con capitelli ionici.







Originali affreschi parietali si estendono - in continuità di motivo - al soffitto.


Un portale dalle linee rococò giace seminascosto alle spalle dello scalone.


 STABILIMENTO DI BAGNI MINERALI PANDOLFO
 
Oggi, ciò che resta dello Stabilimento di Bagni Minerali Pandolfo fa parte di un complesso residenziale.


La lapide commemorativa posta all'ingresso dello stabilimento ricorda che quelle acque minerali per la loro accertata azione terapeutica furono premiate, il 7 Giugno 1892, in occasione dell'Esposizione nazionale di Palermo.


NAVE DI PIETRA - CHIESA DELLA MADONNA DELLA LETTERA - CIMITERO INGLESE


La Nave di pietra si trova sul porticciolo dell'Acquasanta, a pochi passi dalla sacra grotta. Vicinissimi, e  sicuramente meritevoli di una visita, sono anche la Chiesa della Madonna della lettera ed il monumentale  Cimitero inglese.




Foto e didascalie di Leo Sinzi (zio-silen)

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lunedì 8 maggio 2017

Oggi leggiamo Bufalino: "Risarcimento"



 Risarcimento

La vita non sempre fa male,
può stracciarti le vele, rubarti il timone,
ammazzarti i compagni a uno a uno,
giocare ai quattro venti con la tua zattera,
salarti, seccarti il cuore
come la magra galletta che ti rimane,
per regalarti nell’ora
dell’ultimo naufragio
sulle tue vergogne di vecchio
i grandi occhi, il radioso
innamorato stupore
di Nausicaa.


Gesualdo Bufalino

da "L'amaro miele" 



 

mercoledì 19 aprile 2017

Convento di Santa Caterina d'Alessandria




Il Convento di Santa Caterina d'Alessandria - contiguo all'omonima chiesa - si trova a Piazza Bellini, proprio di fronte le normanne "Martorana" (Chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio) e Cappella di San Cataldo. Lo storico edificio, per volontà della Curia, viene finalmente aperto al pubblico. Lo scrivente, stretto in un gruppo di una trentina di visitatori - varcato un passaggio nell'ala destra del transetto della Chiesa di Santa Caterina -, si trova immerso in un affascinante scenario che nel suo divenire evoca atmosfere mistico-contemplative o rimanda ad aspetti materiali quali l'organizzazione del monastero e l'attività culinario-commerciale. Una leggiadra fanciulla guida tra i segreti di quel luogo elargendo notizie afferenti la sua storia, l'architettura, l'arte e quant'altro. Così apprendo, tra l'altro, che l'Istituto monastico sorse grazie ai lasciti testamentari, risalenti al 1310 circa, della nobile Signora Benvenuta Mastrangelo (Magistro Angelo) e della madre Palma che includevano alcuni preesistenti immobili affacciati sul Cassaro (l'odierno Corso Vittorio Emanuele).
Il Complesso, completato nel 1329, fu inizialmente chiamato  "Santa Caterina delle donne" in quanto destinato a donne in cerca di redenzione. Nel quattrocento  subentrarono le suore di clausura, il cui numero si moltiplicò rapidamente imponendo, nel 1532, l'allargamento della struttura con l'acquisizione dei fabbricati (sul Cassaro) dirimpettai, tra cui l'edificio di culto che in seguito si sarebbe trasformato nell'odierna Chiesa di San Matteo. Varie vicissitudini, negli anni, assottigliarono quel numero fino a due unità che, in tempi relativamente recenti, furono trasferite. La struttura in futuro, salvo ripensamenti, dovrebbe ospitare un Museo etno-antropologico.






Una coloratissima statua di Santa Caterina con la ruota, simbolo del suo martirio, accoglie i visitatori che si avviano - come prima tappa - verso la Sala della Priora.
Caterina fu una principessa cristiana diciottenne che nel 305 subì - miracolosamente senza danni - lo strazio della ruota dentata. Quindi venne decapitata.  All'epoca, sulle sponde del Nilo governava il romano Massimino Daia che prima cercò di condurre al paganesimo la giovane donna, poi le propose di sposarlo. Ricevette due dinieghi che scatenarono la sua ira funesta. 
Secondo leggenda, gli angeli raccolsero il corpo esanime di Caterina e lo custodirono sul Monte Sinai. In quel luogo l'Imperatore Giustiniano, nel 700, volle un Monastero titolato alla Vergine d'Alessandria.


SALA DELLA PRIORA





La Sala della Priora presenta ampi armadi murali ad arco ribassato ed un antico pianoforte a coda. Alle pareti sono quadri e ceroplastiche realizzate dalle monache. Dal soffitto emergono decorazioni lavorate a fresco.











Sulla parete in fondo al corridoio una grata a maglie larghe, corredata di uno sportellino, consentiva alle religiose di ricevere la Comunione.

SACRESTIA

La sacrestia è riccamente addobbata con affreschi sulla volta e lesene scanalate alle pareti. Festoni e ghirlanda, a rilievo, accompagnano il pellicano (simboleggia Gesù) che si squarcia il petto per nutrire con il sangue i suoi  piccoli (gli uomini, purificandoli dal peccato). Il pavimento è maiolicato. Un doppio leggìo reca il Messale.
















PORTICATI E ANDITI

La foto di Leo Sinzi mostrano due dei tre porticati con volta a crociera. Alle pareti si possono ammirare diverse tele, una edicola votiva con la Santa Madre Vergine ed un Crocifisso.





Una scala di marmo grigio (presumibilmente tratto dal vicino Monte Billiemi) ascende uno degli anditi con volta a botte.

ARCHI TRECENTESCHI





Elementi architettonici del XIV secolo - tra i quali emergono tre archi ogivali e una coppia di colonnine tortili - appartennero (forse) alla dimora di Giorgio d'Antiochia (1090-1151) che, già in avvio dei lavori sarebbe stata accorpata, grazie alla munificenza dei propretari dell'epoca,  al nascente complesso monastico. L'Antiocheno, la cui immagine musiva è rintracciabile in una delle pareti del sottocoro della "Martorana", fu potente ammiraglio della flotta di Ruggero II.

SALA CAPITOLARE E CUCINE


Il trecentesco arco a sesto acuto immette nella Sala capitolare  (soffitto ligneo quattrocentesco sorretto da una colonna marmorea), in cui si studiavano le regole dell'Ordine domenicano. La Sala è contigua alle Cucine.

CHIOSTRO MAGGIORE

















Il Monastero si articola attorno a due cortili.
Il Maggiore (cinquecentesco), dal pavimento
maiolicato, accoglie una Fontana monumentale
- talentuosa opera di Ignazio 
Marabitti (*1719 +1797) - con vasca
 quadrilobata, conchette a conchiglia
  e statua di San Domenico in 
posizione sommitale. Nell'angolo
 settentrionale dello spiazzo si erge 
l'imponente campanile della chiesa,
 mentre in quello orientale è un 
obelisco con simbolo domenicano 
a rilievo, già torre d'acqua.
La balconata sul lato occidentale reca, ad intervalli regolari, delle artistiche fontanelle dalle quali le religiose, uscendo all'aperto, attingevano l'acqua per le loro necessità.




Le singole suore, impegnate periodicamente nel digiuno, indicavano le assenze dal desco estraendo dai tabelloni forati le cordicelle che sporgevano accanto ai rispettivi nomi.

REFETTORIO




Il refettorio mantiene la disposizione originaria dei tavoli. Alla Badessa era riservato il posto centrale dello scranno ligneo addossato alla parete di fondo.


 DOLCERIA









Dopo l'espropriazione dei beni ecclesiastici (1866/67), determinata dalla ventata anticlericale che seguì l'unità d'Italia, le monache di Santa Caterina  aguzzarono l'ingegno per procurarsi i mezzi di sostentamento. Fu così che cominciarono a commercializzare i famosi dolci che per oltre un secolo (fino agli anni settanta del '900) deliziarono il palato dei palermitani e non solo. Tra gli altri ricordiamo i "frutti di martorana" - in pasta di mandorle - il cui nome rimanda alla dirimpettaia Chiesa della "Martorana". La Dolceria conserva dozzine di stampi in gesso dalle svariate forme: frutti, pecorelle, chiavi di San Pietro, Sante ecc..

Il martirio di Sant'Agata, che l'iconografia suole rappresentare con i seni tagliati e deposti su un vassoio, ha ispirato alle talentuose suore un altro delizioso dolce a base di pasta di mandorle, ricotta zuccherata e ciliegia candita: le "minni di vergini".

LE RUOTE












Ogni ruota del convento, oltre ad impedire il contatto visivo tra le monache ed i visitatori, assolveva ad un compito specifico. Quella sovrastata da una ampia grata, ad esempio, serviva per ordinare, ricevere e pagare i succulenti dolci monacali.

CONFESSIONALI





Le cellette-confessionali del monastero presentavano piccole aperture schermate da doppia lastra metallica nella quale erano stati praticati dei fori per consentire al sacerdote di raccogliere le confessioni sistemandosi in una delle cappelle sul lato destro dell'attigua Chiesa.


I prospetti - alquanto anonimi - del Convento, vantano una interessante peculiarità: quello prospicente Via degli Schioppettieri ingloba nella propria base un tratto delle antiche Mura Puiniche.



Foto e didascalie di Leo Sinzi (zio-silen)

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