martedì 10 aprile 2018

Cuntu: "Ho visto cose... al largo dei Bastioni di San Pietro"


In attesa di superare le forche caudine del metal detector per immergermi nelle raffinatezze dei pittori fiamminghi - in questi giorni ospitati nella Sala Montalto - sosto, implotonato con un centinaio di turisti giapponesi, russi e alpigiani, sulla piattaforma lignea che dalla biglietteria conduce agli ingressi posteriori del Palazzo dei Normanni. Ad un tratto, una raffica di clic mi fa sobbalzare. Percorro con lo sguardo la direzione degli obiettivi e vedo cose che voi lettori non potreste immaginare: nell'angolo meridionale del  cinquecentesco Bastione San Pietro, all'ombra dei centenari pini del giardino pensile, si erge una costruzione color beige antico, con copertura (apparentemente "etrusca") in terracotta ed una teoria di alette crystal white che nel chiudere le ampie finestre a mo' di tapparelle lasciano fuoriuscire verso la Reggia un mozzicone di "catuso" squincio. Tutti i presenti azzardano ipotesi sulle origini del manufatto. In quella babele colgo l'opinione di un tirolese che afferma trattarsi di opera composita che raccoglie, in un unicum armonioso, culture e stili di quanti nei secoli in quel luogo trovarono ricetto: Greci, Fenici, Romani, Cartaginesi, Vandali, Ostrogoti, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci, Borbonici, Savoiardi... ARSiliani.
A me - perfetto profano in materia di architettura, arte e storia di quel sito - sembra solo un obbrobrio d'oggidì che sta dove non dovrebbe stare. Lo skyline del bastione cinquecentesco, infatti, grida vendetta; mentre le mura normanne - palesemente fatte d'altra pasta - grondano lacrime di sconforto. Poi però - contagiato da cotanto massivo entusiasmo - in un moto di francescana umiltà, mi dico: "in fondo, in fondo chi sono io per giudicare?". E, impugnata la mia reflex lanzichenecca, immortalo (di squincio) quel pezzo di bellezza unica.

Cuntu semiserio di Leo Sinzi



 
Prima e dopo

 



Prima e dopo


Foto e cuntu di Leo Sinzi (zio-silen)

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venerdì 6 aprile 2018

Ultime dalla Zisa

Ad integrazione delle foto poste a corredo del mio cuntu "Il castello della Zisa e i suoi diavoli" - pubblicato il 6 marzo 2009 - offro alla visione di quanti si trovassero a passare di qui gli scatti effettuati da mia figlia Nadine.





Sala della Fontana. Ambiente caratterizzato da tre Muqarnas (semicupole ad alveare) e da una splendida fontana finemente decorata con ricchi mosaici. Vi si svolgeva buona parte dell'attività del sovrano, sia politica che ludica.

Muqarnas, mosaici ed affreschi si rincorrono nella Sala del Fontana. Immagini smboliche si possono ammirare nei tondi musivi: i pavoni (immortalità, regalità), le palme (vittoria, gloria, pace), gli arcieri (forza, potenza militare, il bene che si scaglia sul male).


La musharabyya - sorta di tapparella lignea ante litteram - permetteva alle donne (dell'harem?) di osservare senza essere viste quanto avveniva nella sottostante Sala della Fontana nei giorni in cui il sovrano riceveva dignitari di corte e supplici. 
Tra i vari soggetti fatti affrescare dal Sandoval (uno dei propretari succedutisi nei secoli) saltano all'occhio del visitatore i leggendari "Diavoli della Zisa" (vedi il mio post del 6 marzo 2009)  dipinti nell'intradosso della grande arcata centrale che illumina la Sala del Re.





Una vasta esposizione di anfore romane accoglie i visitatori che accedono al secondo livello del castello. Numerosi muqarnas abbelliscono le sale. Si tratta di elementi decorativi in stile arabo che rivestono i nicchioni paretiali - angolari e centrali - con la loro suggestiva struttura a nido d'ape.





Nell'immagine a destra è un bacile magnificamente cesellato, probabilmente risalente al tempo della dominazione araba e recuperato in seguito a scavi archeologici .


La Zisa custodisce la lapide funeraria quadrilingue (giudeo-latino-greco-arabo) che racconta della salma di Anna (+ 30 agosto 1148 d. C.) - madre del chierico di Ruggero II, Grisanto -  nel percorso di traslazione dalla Cattedrale palermitana alla Chiesa di San Michele Arcangelo (oggi, sconsacrata, è nella disponibilità della Biblioteca comunale) laddove pervenne nella "prima ora di venerdi venti maggio dell'anno 1149 d. C." per essere tumulata nella cappella voluta da Grisanto e titolata a S. Anna in onore della madre della Santa Vergine Vergine Maria ed in memoria della propria madre.
La targa marmorea, dalle tarsie policrome, viene considerata  preziosa testimonianza di un'epoca, quella ruggeriana, aperta alle diverse culture e religioni mediterranee.






Le musharabyya  - tipiche strutture architettoniche arabe - sono delle grate di legno a maglie piccolissime che consentivano di rinfrescare gli ambienti grazie ad un naturale processo di ventilazione forzata. Alcune  presentano una gabbietta aggettante in cui, attraverso uno sportellino interno, veniva collocata un'anfora con acqua o altra bevanda che, nelle notti estive, si manteneva fresca. Inoltre erano efficacissime nel proteggere le donne da occhi indiscreti in quanto consentivano loro di vedere senza essere viste.


La Sala pricipale (secondo livello) in origine era priva di copertura e attorniata da portici. La pioggia, agevolata dalla pendenza del pavimento, confluiva in una botola centrale da cui si dipartiva una canaletta che attraverso una successiva rete di "catusi" smaltiva le acque.




Le attuali colonne binate poggiano sulle millenarie basi del colonnato delle origini.






Foto di Nadine, didascalie di Leo Sinzi (zio-silen)

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sabato 31 marzo 2018

Auguri ai lettori con l'«Ovu di Pasqua»


Ovu di Pasqua

L'ovu cchiù beddu vogghiu accattàri
cu 'na surprisa: occhi pì taliari
'a  luminara tornu a 'na Crucidda. 


'U Figghiu mori. 'U Patri s'abbicìna,

manu nta manu 'n celu si Lu porta.
Dici: «li viri? sunnu mischineddi
'a stissa carni, cancia 'u cirivèddu: 


sciarri, catùnii, guerra ntra li genti
cu ferru, focu, granni patimenti.
Ancora 'un sannu - tempu è di pàsciri  -
ca l'Omu è mortu p'iddi rinàsciri».



TRADUZIONE PER I NON SICULI 


Uovo di Pasqua

L'uovo più bello voglio comprare
con la sorpresa: occhi per guardare
la luminaria intorno alla Croce.

Il Figlio muore. Il Padre s'avvicina,
mano nella mano in cielo se Lo porta.
Dice: «li vedi? sono poveretti
stessa origine, mille diversità:

baruffe, scontri, guerra tra le genti
con ferro, fuoco, grandi patimenti.
Ancora non sanno - è tempo di nutrirli -
che l'Uomo è morto per loro rinascere».


(Leo Sinzi)






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lunedì 12 marzo 2018

Curiosità palermitane: "Il leone del Teatro Massimo ha ritrovato la coda"

Il leone sistemato sul piedistallo che delimita - a settentrione - la scalinata del Teatro Massimo, dopo diversi anni dalla drammatica perdita, ha ritrovato il ciuffo della coda. All'epoca qualche turista appassionato d'arte avrà pensato di farne un originale pennello da barba o chissà cos'altro, salvo tardivo - presumo -  ripensamento. Il prezioso cimelio è stato raccolto e custodito per quasi un lustro in attesa - immagino - di affinare le tecniche d'incollaggio o più semplicemente per studiare, giorno dopo giorno, le ricrescite lucertolose. Qualche settimana addietro la città svegliandosi ha gioito del lieto evento: la ferina "Tragedia" del grande scultore palermitano Bendetto Civiletti (*1845 +1899) era tornata, finalmente, nella sua estrema integrità ad affiancare la non meno ruggente "Lirica" di Mario Rutelli (*1859 +1941). 
"E' meglio essere capo di lucertola che coda di leone" ha bofonchiato un anziano signore scomodamente assiso sui gradini, all'ombra del quadrupede cavalcato dall'allegorica amazzone con maschera in pugno. Cosa avrà voluto dire?


Il leone ieri e oggi.


Foto e didascalie di Leo Sinzi (zio-silen)



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sabato 27 gennaio 2018

Le poesie di Leo Sinzi: "Intervista all'Onorevoli"



Intervista all'Onorevoli

Salutu l'Onorevoli Mancioriu
trent'anni e passa a Monticitoriu.


"E' uora", ci abbannianu l'ingrati, "statti a to' casa!!"
Iddu, 'ntrobbitu, si nni futti, abbrazza e vasa
l'amici fedelissimi: 'u parrinu, 'a figghia 'i Michilinu,
Don Cecè, 'a soggira 'i Turriddu, e poi Ciccinu
(ca porta voti e voti, e 'n canciu voli... nenti)
'ntisu, pì cugghiunàri, 'u "Malamenti".

Vossia, Eccellentissima (sospira...),
è veru ca 'sta vota s'arritìra?

 
Mi vulìa ritirari, largu a 'sti picciuttazzi,
ma l'Italiani 'un vosiru e ficiru li pazzi:
canziarimi 'un si pò - mi pari lariu -
mi tocca fari ancora 'u missionariu.

'U Paisi è arraggiatu, nn'havi chini 'i panari.
Li meriti nun mancanu, ma è certu d'acchianari?


Acchianu di sicuru: l'autri su' minchiùna,
cu chiddi jamu a cogghiri 'i muzzuna.

E lu programma? Senta, amicu caru
immantinenti vegnu e ci l'apparu:
vogghiu arricchìri... a tutti (semu a mari!),
a mia nenti mi trasi... chi ci pari?
Ccà ci lassu li pinni, si fatica
cu spiritu 'i Vangelu (nun lu dica).

(Chi cristianeddu bonu, senza pisu.
Onorevoli 'n terra e puru 'n Paradisu).




Versi e foto di Leo Sinzi/zio-silen


I personaggi citati nel componimento sono frutto di pura fantasia.

mercoledì 24 gennaio 2018

Villa Adriana ai Colli


Stavolta le Vie dei Tesori (encomiabile iniziativa di promozione culturale) mi conducono nella Piana dei Colli. Al civico 280 di Via San Lorenzo, una brutta inferriata racchiude una splendida villa. I visitatori sono accolti sul cancello da una fanciulla - gradevole nell'aspetto e nei modi - che, dopo essersi presentata come componente del Club Itaca Palermo Onlus (Centro non sanatorio di riabilitazione) e, per l'occasione, come cicerone,  rende edotti sulla storia, l'architettura, le opere d'arte e quant'altro afferisca a quell'affascinante edificio. Così apprendo che la nobile dimora fu voluta, verso la metà del settecento, dal Marchese Giacomo Mariano Majada. Un ventennio dopo, passò alla Famiglia Statella-Grifeo, marchesi di Spaccaforno (oggi Ispica). Nel decennio post unità d'Italia venne acquistata dai Chiaramonte Bordonaro con Alessandro sposo amorevole di Adriana Genuardi, alla quale pensò bene di titolare la villa. Nel 1950 entrò nella disponibilità delle Suore missionarie dell'Eucarestia.

Di primo acchito ci viene mostrato il portale con una coppia di colonne doriche che reggono l'epistilio e il soprastante fregio arricchito da triglifi. A fianco un avveneristico (per l'epoca) meccanismo in ferro che favoriva i movimenti di un tendaggio.

Stucchi adornano la facciata. Ben conservato appare quello che decora timpano a lunetta e frontone posti, in posizione centrale, nel secondo ordine. Su di esso - a coronamento del muretto d'attico - incombe  un plastico drappo con le insegne degli Statella (due alabarde e due castelli nei quarti) e dei Grifeo (leone pasante su sbarre).

Il vestibolo, triplo e passante, esibisce pregevoli affreschi. 



La volta reca il dipinto a trompe l'oeil di una balaustra che incornicia un cielo su cui svolazzano due amorini alle prese con un cordone dorato.
 

Strumenti musicali lasciano intuire una delle passioni dei nobili proprietari. Le insegne araldiche dei Bordonaro (leone rampante, elmo) unite a quelle dei Genuardi (due gambe uscenti dalla fiamma) figurano nei due scudi affrescati sulla volta del primo vestibolo.
   

 Il retroprospetto presenta elementi architettonici classici e decori a bassorilievo. I pannelli sopraporta del pianterreno recano coppie di amorini in stucco mentre quelli del piano superiore sono adornati, prevalentemente, da festoni.


Una scala a tenaglia, con gradini rivestiti di marmo rosso, conduce al piano nobile. Qui una doppia voliera affianca il portoncino che immette nel primo ambiente. Notevoli il pavimento maiolicato e gli alti pannelli sovraporta recanti paesaggi.






L'affresco di una sala reca rimandi amorosi.


Il salone da ballo viene inteso come "Atrio della Psiche": "Atrio" per via dell'effetto "aperto" prodotto  dai mirabili affreschi di Vito D'Anna (*1718 +1769); "Psiche" qui -  forse -  intesa come "anima" e "respiro vitale", secondo l'accezione greca. Alcuni studiosi attribuirebbero le opere verticali al napoletano Elia Interguglielmi (*1746 +1835)

 
Il Giorno e la Notte di Vito D'Anna, insigne interprete del rococò palermitano. La figura muliebre, allegoria del giorno, stringe nella mano sinistra un gallo (massima icona dell'alba); ai suoi piedi un amorino volta le pagine di un libro evocando il passare dei giorni. La Notte è riconoscibile dalle ali di pipistrello, dal mantello stellato, dall'amorino in sonno tra le braccia.


La gentile guida attira la nostra attenzione sul muretto d'attico ornato di festoni che l'artista ha riprodotto simile (vasotti compresi) a quello reale che, all'esterno, corona la villa.


Nelle quinte parietali riconosciamo, tra l'altro, il Tempietto di Vesta, Alessandro Magno; Cibele afflitta sulla tomba dell'amato; Muzio Scevola, Cleopatra. Le architetture mostrano colonne corinzie, fregi istoriati, lacunari. Abbondano gli elementi simbolo della Conoscenza.



Altra sala con addobbo decorativo rococò.



 


L'attuale cappella, un tempo adibita ad attività diverse dal culto, presenta sopraporte con amorini e festoni. Dal magnifico soffitto emergono ipercromatiche composizioni floreali. Le immagini affrescate sulle pareti sono state ricoperte con anonima carta da parati in quanto ritenute inadatte ad un luogo religioso.
 







Al piano terra è l'ex cappella dalla volta a crociera affrescata con cartigli e stemmi. Oggi ospita i volontari impegnati nel Progetto Itaca di cui si fa cenno sopra, ed una biblioteca.



 

Foto e didascalie di Leo Sinzi (zio-silen)

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